A cura di:
Federico Lorenzani, Marco Ferrarini, Andrea Carmeli

Introduzione

L’associazione culturale “Giuseppe Serassi” presenta con soddisfazione il censimento degli organi dell’antica Diocesi di Guastalla e la pubblicazione di inedite fonti documentarie.
Anche se comprende solo una porzione dell’attuale diocesi di Reggio Emilia – Guastalla, rappresenta il primo passo per una inventariazione completa di tutti gli strumenti presenti sul territorio provinciale.
La presente ricerca sul patrimonio organario dell’antica Diocesi di Guastalla si prefigge lo scopo di esaminare il valore artistico e storico degli organi conservati negli edifici di culto locali: un patrimonio ancora poco conosciuto e scarsamente valorizzato.
Questa pubblicazione intende inoltre sensibilizzare le comunità parrocchiali sulla necessità di doverosi restauri e di una opportuna conservazione di questi beni.
Premessa indispensabile per salvaguardare e restaurare gli antichi organi è naturalmente la loro catalogazione e descrizione per impedire da un lato le manomissioni, ma anche, attraverso lo studio comparato di diversi strumenti, il ripristino fedele di eventuali componenti irrimediabilmente deteriorati o mancanti.
Eloquente il fatto che solo pochissime guide storico-artistiche delle nostre chiese, ad esempio, inseriscono una sintetica descrizione dell’organo a fianco della relazione del patrimonio in esse contenute: questo è significativo di una mentalità che per decenni non ha considerato gli organi storici, al pari di dipinti o sculture, delle autentiche opere d’arte.
La presente ricerca si occupa degli strumenti esistenti, rimandando a pubblicazioni sui singoli organi per gli approfondimenti delle ricerche d’archivio, al fine di ricostruire vicende riguardanti anche manufatti non più esistenti o comunque dispersi; alcune parrocchie poi, sono munite di organi costruiti con criteri industriali e di qualità scadente nella seconda metà del XX secolo; si tratta di opere in completo disaccordo con la nostra tradizione organaria.
La costruzione degli organi è avvenuta con criteri artigianali sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, dopo di che sono stati gradualmente introdotti strumenti di fattura industriale.
Nel 1875 viene fondata la rivista “Musica Sacra” organo ufficiale del cosiddetto “Movimento Ceciliano” propugnatore di una riforma della musica liturgica all’epoca legata allo stile imitativo e teatrale in voga. Come conseguenza venivano criticate le caratteristiche sonore degli organi che durante l’Ottocento si erano arricchiti di timbri di carattere orchestrale e bandistico. Questa riforma finì per promuovere un tipo di organo impersonale ed industrializzato che provocò una frattura con la tradizione nostrana per avvantaggiare quella europea alla quale i nostri organari erano impreparati.
Oltre alla costruzione di tanti organi in cui predominavano registri di fondo la conseguenza di questa forzata imposizione di modello di strumento, per il patrimonio organario locale fu drammatica: innumerevoli strumenti furono manomessi, depauperati, abbandonati, altri furono riformati con operazioni inqualificabili che hanno portato all’inserimento di materiali scadenti ed industriali al posto di manufatti artistici ed unici; tanti furono distrutti.
In questo periodo chiusero importanti botteghe organarie come i Serassi, i Lingiardi, i Bossi, i Locatelli che apparentemente non si vollero adeguare alle nuove richieste e alle nuove metodologie di costruzione: in realtà rifiutarono questa nuova concezione organaria transalpina estranea alla tradizione italiana.
Nei decenni passati poi, avanzando effimere esigenze liturgiche sono stati installati elettrofoni anziché procedere ad oculati restauri di organi antichi che in alcuni casi sono stati rimossi dalle rispettive cantorie (spesso abbattute) e collocati sul pavimento con pessimi risultati acustici, lasciandoli in balia dell’umidità del pavimento.
Spesso hanno prevalso incuria, ignoranza, insensibilità e a volte il gretto affarismo di certe persone che hanno indotto le parrocchie a vendere organi, soprattutto quelli positivi, tutto ciò è anche potuto accadere per l’abolizione delle fabbricerie parrocchiali avvenuta in forza del Concordato del 1929.
Il restauro di un organo dovrebbe coincidere con l’istituzione di un organista “titolare” qualificato per la musica di Chiesa ma anche responsabile della manutenzione ordinaria dello strumento, per evitare che l’organo rimanga un muto abbellimento sonoro.
Si ricordi che in passato, specialmente per le piccole comunità locali, l’organo costituiva un elemento di vanto e di aggregazione, anzi, era il mezzo attraverso il quale i nostri predecessori entravano in contatto con le novità musicali del tempo.
I tanti documenti ritrovati nel corso della presente ricerca sono eloquenti sull’impegno e la dirittura morale che animava i nostri antenati; così anche le chiese più piccole erano dotate di preziosi organi destinati a risuonare “ad majorem Dei gloriam”.